mercoledì 9 aprile 2014

Tilcara...ArgeAndina


Con Giulia malconcia, iniziamo il nostro breve viaggio da La Quiaca con destinazione Tilcara, dove abbiamo appuntamento con Don Juan, proprietario della Fattoria dove passeremo l'ultimo mese della nostra permanenza in Sud America. Dall'autobus osserviamo estasiati la bellezza ed i colori dei monti… 
In meno di 4 ore siamo arrivati, lasciamo i nostri pesanti zaini al guarda bagagli e ce ne andiamo a fare una passeggiata, ricercando un posto dove ricaricare il telefono per chiamare Don Juan e avvertirlo del nostro arrivo. Quando lo chiamiamo ci risponde che è in viaggio a Jujuy e non sa se arriverà ad un'ora decente per accompagnarci alla fattoria…Noi incrociamo le dita e speriamo possa arrivare in tempo per non dover passare la notte a Tilcara e spendere ulteriori soldi visto che ormai le nostre finanze scarseggiano.
Ricorriamo il paese, mangiamo un boccone in piazza e continuiamo la scoperta di questo paese che poco ha da offrire se non la bellezza dei suoi monti e le conseguenti camminate che però Noi in questo
momento non abbiamo il tempo di intraprendere. Tra una spesa e l'altra arrivano le 7 e puntuale come un orologio Don Juan ci manda un sms… Le notizie però non sono buone, ci da appuntamento per
l'indomani alle 10.
Noi un po' incazzati e po' delusi ce ne andiamo alla ricerca di un ostello economico, ne giriamo parecchi e alla fine decidiamo per "Tierra Andina", il più vicino alla stazione degli autobus e pure il meno caro. Siamo in un dormitorio con 6 letti con bagno esterno, ma tanto in camera non abbiamo nessuno e poi per una notte che ce ne frega, c'è pure la colazione!!!
Alla mattina un po' emozionati ci alziamo, facciamo colazione e cerchiamo il posto dell'appuntamento. Non troviamo l'indirizzo esatto non essendoci i numeri civici, ma per fortuna Giulia incontra Don Juan e via si parte per una nuova avventura...

Durante la permanenza nella fattoria torneremo un paio di volte a Tilcara più che altro per guardare internet, comprare una bottiglia di vino per accompagnare i nostri asadi e qualche breve passeggiata.


Villazon La Quiaca...l'ennesimo confine

Come si suol dire tutto il mondo è paese, e anche in Bolivia i treni fanno ritardo! Dopo più di dieci ore di viaggio arriviamo a Villazon, una delle città di confine con il nord dell'Argentina. Giulia sta sempre peggio, la nausea e il mal di stomaco quasi le impediscono di camminare, ma c'è ben poco fare, bisogna andare avanti. Scesi dal treno ritroviamo Diana e decidiamo di andare insieme alla frontiera. Beviamo un tè davanti alla stazione e prendiamo un taxi fino "al ponte", ovvero il confine. Prima di avviarci agli uffici della dogana bisogna risolvere la questione del cambio dei soldi; ci sono rimasti, infatti, abbastanza bolivianos, il cambio con i pesos argentini è decisamente sfavorevole e pare essere peggiore in Argentina stessa. Facendo due chiacchiere con degli altri ragazzi che dovranno andare dall'altra parte ci viene in mente che è molto più conveniente cambiare i nostri soldi in dollari e una volta arrivati in Argentina cambiare i dollari in pesos…grazie al cambio non ufficiale finiremo per guadagnarci un bel po'; peccato non averci pensato prima, si potevano ritirare molti più soldi in Bolivia e grazie a questo giochetto uscirne decisamente vincitori. 
Effettuato il primo cambio, attraversiamo il famoso ponte che porta alla frontiera con l'Argentina e ci troviamo di fronte ad una coda infinita! Restiamo a bocca aperta, non ci saremmo mai aspettati così tanta gente, e ancora di più così poca efficienza. Passano le ore e si avanza molto lentamente, lo sconcerto dilaga tra la gente e Giulia, che quasi non riesce a stare in piedi per il dolore, si spazientisce sempre di più. Scopriamo che la lentezza delle operazioni è dovuta principalmente a due fattori : dal lato boliviano ci sono in tutto due addetti ai controlli dei passaporti che si incaricano contemporaneamente delle persone che devono attraversare a piedi, in autobus o in macchine private; tra i militari che dovrebbero mantenere l'ordine ed aiutare nei controlli ci sono alcuni bastardi che si fanno pagare per far saltare la fila! Dopo sei ore di agonia finalmente arriviamo allo sportello e giusto davanti a Noi passano due porci americani che grazie alla mazzetta pensavano di poter fare i furbi…questo è veramente troppo; scattano fischi, blocco fisico e "vergogna vergogna" in vari idiomi; incredibilmente la signora ha un moto d'orgoglio, o meglio di vergogna e decide di andare via per cominciare la fila dal fondo! Come ciliegina sulla torta Diana viene bloccata al controllo per l'entrata in Argentina, deve dimostrare di avere soldi e di non essere qui nel tentativo di trovare un lavoro e fermarsi come immigrata semi-clandestina…neanche l'Argentina stesse vivendo un momento di floridezza economica! "Ci sono abituata, capita così ad ogni confine e per questo porto sempre con me i dati del mio conto in banca". Incredibile! Noi che ormai non abbiamo più un soldo e che magari potremmo mettreci alla ricerca di lavoro in nero, solo per il fatto che siamo italiani non veniamo minimamente controllati, anzi passiamo con un sacchetto pieno di foglie di coca in tasca, la povera Diana, invece, ogni qualvolta passa un confine viene fermata e controllata come un calzino solo perché è Colombiana, o meglio perché non è europea o nordamericana che sia…mi sa che c'è qualcosa che non va, siamo ancora ben lontani dalla fratellanza tra popoli sudamericani di cui parlavano, tra gli altri, Bolivar e il Che. Ad ogni modo finalmente ce la facciamo, siamo a La Quiaca, Argentina! 

Giulia è agli sgoccioli, non sa nemmeno come ha fatto a resistere sei ore in piedi sotto il sole con dieci ore di viaggio alle spalle! Prendiamo un taxi fino alla stazione dei bus, l'idea originaria era di andare direttamente a Tilcara, la cittadina vicina alla fattoria dove passeremo le prossime settimane come volontari. Andrea e Diana vanno a cambiare i dollari e a informarsi sui orari degli autobus ma
bisognerebbe aspettare altre tre ore prima che parta il primo bus…
non si può chiedere troppo, dormiamo qui per questa notte! Troviamo un ostello appartenente alla catena di Hostelling International di cui Noi siamo soci il che ci permette di avere un lieve sconto, purtroppo però i prezzi non sono più quelli di Perù e Bolivia e 15 euro a notte non te li toglie nessuno. Giulia si fionda in bagno e finalmente riesce a vomitare, passerà i prossimi due giorni tra bagno e letto…maledette uova! La mattina dopo salutiamo Diana la nostra compagna d'avventure, Noi restiamo una notte in più, la malaticcia fa fatica anche solo ad alzarsi dal letto figurarsi salire su di un autobus e camminare con gli zaini in spalla!
A volte veniamo avvolti da un velo di malinconia al pensiero che probabilmente non rivedremo più tutte queste incredibili persone incontrate durante il nostro peregrinare, ma subito ci ricordiamo del grande privilegio che abbiamo avuto nel avervi condiviso una, seppur breve, parentesi di vita...



Uyuni, il sale della Bolivia...


Da Potosi a Uyuni sono solo quattro ore e gli autobus partono circa ogni ora per cui non c'è bisogno di comprare in anticipo il biglietto né di informarsi sugli orari. Arriviamo in autostazione poco dopo le dieci e mezza del mattino e subito veniamo attorniati da un paio di signorine che vogliono venderci il biglietto dell'autobus. Ovviamente scegliamo quello che parte prima, tanto il prezzo e la qualità sono gli stessi. Andrea s'è svegliato decisamente male ma ha eroicamente deciso di stringere i denti e affrontare il viaggio…in parte anche obbligato dalle nostre finanze che giorno dopo giorno diventano sempre più misere.  Il paesaggio fino a Uyuni è veramente stupendo : canyon, monti colorati, sculture di rocce e cactus ogni dove. Quando arriviamo a destinazione Andrea è sfinito, si ferma con i bagagli alla fermata mentre Giulia va a cercare un ostello. Nonostante Uyuni in se come cittadina non sia nulla di che, anzi diciamolo è piuttosto bruttina e molto ma molto polverosa, rappresenta una delle mete turistiche boliviane più conosciute essendo la porta d'accesso al famoso Salar de Uyuni, una delle saline naturali più grandi del mondo. Questo implica che i prezzi sono decisamente più elevati rispetto al resto della Bolivia. Dopo una lunga ricerca sotto un sole cocente Giulia riesce a trovare, in Avenida Sucre, un ostello, anzi quasi un residence, con bagno privato a 140 bolivianos a notte…certo sono pur sempre 15 euro a notte in due ma per la Bolivia è decisamente caro, d'altronde è il più economico considerando le caratteristiche e, soprattutto, è vicino al terminal degli autobus in modo tale che la nostra superdonna riesca a fare spola con tutti gli zaini. Andrea si fionda a letto dove passerà il resto della giornata mentre
Giulia va a fare un primo giro di perlustrazione della cittadina, più che altro per raccogliere informazioni in merito a prezzi e orari dei tour al Salar! L'umore non è buono e la preoccupazione aumenta per cui dopo un paio d'ore anche Giulia se ne torna in ostello…domani è un altro giorno. Le circostanze ci obbligano a restare ad Uyuni un giorno in più del previsto, almeno la sorte vuole che giusto questo giovedì ci sia un enorme mercato per tutta la cittadina così almeno passiamo la giornata tra banchetti a cercare regali per le rispettive famiglie. Decidiamo che per raggiungere l'Argentina viaggeremo in treno fino a Villazon, la città di confine, il prezzo è lo stesso degli autobus ma il viaggio è di notte e ci permetterà di arrivare a destinazione ad un'ora decente la mattina…tra l'altro in questo modo faremo anche il nostro primo viaggio in treno in America Latina! L'unico problema è che si può acquistare il biglietto il giorno stesso del viaggio…speriamo di avere fortuna e di trovare posto.
Tutte le agenzie, tantissime, offrono più o meno gli stessi pacchetti per visitare la salina: 
-un giorno con visita al cimitero dei treni, breve sosta al villaggio di Colchani e salina con pranzo alla cosiddetta Isola Incahuasi o del Pescado (120/150 bolivianos); 
-due giorni, che è l'opzione meno sensata in quanto non offre molto di più rispetto al tour giornaliero ma che è molto più cara dato che si dorme una notte in uno degli hotel di sale all'interno del Salar stesso; 
-tre giorni, il tour più completo che oltre al Salar include visita a varie lagune colorate e geyser, ma che per quanto ci riguarda è troppo caro (700/800 boliviano).
Le condizioni climatiche al Salar sono piuttosto dure, durante il giorno fa molto caldo e il riflesso del sole sul sale è molto forte, mentre di notte si può arrivare fino a meno 20/30°…anche queste caratteristiche ci portano a decidere di fare solo una giornata, è meglio non mettere sotto ulteriore sforzo le già deboli condizioni di Andrea. 
Durante una delle sue passeggiate Giulia incontra Diana, la ragazza colombiana, e scopre che pure lei prenderà il treno per Villazon, il caso vuole che le nostre strade continuino a incrociarsi. La sera finalmente ci concediamo un pasto diverso dal riso lesso e ci fermiamo a mangiare in una polleria alla brace. 
La mattina seguente, dopo aver fatto il benamato biglietto del treno e aver lasciato i nostri zaini nell'agenzia che abbiamo scelto per il tour , la"Giselle Tour", partiamo per andare a visitare ciò per cui siamo venuti! Avendo scelto una delle poche agenzie più economiche, ovvero 120 boliviano invece di 150 per il tour giornaliero, nella 4X4 ci troviamo in 9 con l'autista invece che in 8; Fabio, l'autista, in compenso è molto simpatico e disponibile prestandosi anche da guida e da fotografo. Insieme a Noi nell'auto ci sono due amiche cilene, una coppia spagnola/boliviana e un'altra coppia boliviana, quest'ultimi non molto amabili né loquaci. Prima tappa il cimitero dei treni; qui è stata costruita la prima linea ferroviaria di tutto il Sudamerica per collegare le numerose miniere della zona, come la città di Pulacayo, con le coste del Pacifico. Ci divincoliamo tra una miriadi di turisti nel tentativo di scattare qualche foto ai treni abbandonati senza troppe persone sullo sfondo…è incredibile il fascino che riescono ad avere dei treni arrugginiti. 












Una ventina di minuti dopo si riparte, 
destinazione Colchani, un piccolissimo villaggio dove viene lavorato il sale per la produzione di mattoni e vari souvenir. Il paesello in se stesso non è un granché interessante, non c'è nulla da vedere ma viene inserito come tappa all'interno del tour per permettere alle poche famiglie che vi vivono di vendere i propri prodotti, i prezzi sono molto più convenienti rispetto a Uyuni e anche Noi ci diamo alle spese folli e compriamo alcuni souvenir, quello che le nostre tasche ci permettono. 
Al momento di risalire in auto manca all'appello la coppia di boliviani che si fa attendere più del dovuto spazientendo il chofer, e anche noi passeggeri.  Finalmente i ritardatari appaiono e si può quindi riprendere la marcia. Ci addentriamo all'interno del Salar, ma sono già le 12.30 per cui Fabio decide di portarci direttamente all'Isola dei Pescatori per pranzare… una quarantina di minuti in macchina circondati da un abbagliante distesa di sale…PAZZESCO!!! 

L'isola del pescado altro non è che una collina nel bel mezzo della
salina ricoperta da enormi e stupendi cactus, una specie di oasi arida. Il caro Fabio apparecchia uno dei vari tavolini di sale e ci serve il pranzo; tanto per cambiare, pollo, riso lesso e insalatina mista. Finito il pranzo Giulia si arrischia ad andare in cima alla collina nonostante i duemila gradi sotto il sole mentre il resto della banda desiste. All'ora stabilita per il rientro la coppia di taciturni boliviani nemmeno questa volta si fa vedere e così approfittiamo, sempre grazie al aiuto della nostra fantastica guida, per scattare alcune delle foto tipiche del Salar.













Grazie all'immenso biancore e alla sostanziale assenza di qualsivoglia ostacolo all'orizzonte si possono fare delle divertentissime foto con strani effetti di prospettiva. Approfittiamo per farcene scattare a coppie e pure tutti insieme per avere un ricordo  di tutti, o quasi, i compagni di questa splendida avventura. I simpaticoni sono arrivati e ci si rimette in moto. Ci dirigiamo al vecchio hotel di sale, una struttura interamente costruita di sale con all'esterno una piattaforma con tutte le bandiere dei vari visitanti…quella italiana non c'è! Prima di rientrare definitivamente a Uyuni ci fermiamo qualche minuto all'ojo del Salar, delle piccole pozze, conseguenza della risalita dell'acqua dal sottosuolo, nulla di speciale se confrontato allo splendore del paesaggio.
Rientriamo a Uyuni poco dopo le cinque, abbiamo cinque ore prima che parta il treno e ben poco da fare. Impieghiamo il nostro tempo con un'ultima passeggiata per questa cittadina che vive di turismo, di sale e delle miniere, estremamente orgogliosa di aver ospitato la Dakar 2014 come si può ben notare percorrendo le sue sabbiose stradine. 
Ci concediamo una veloce omelette come cena e via in stazione, dove c'è già molta gente che aspetta l'arrivo del treno, tra cui la nostra nuova conoscente Diana. 
Questa volta è Giulia a incominciare a sentirsi poco bene…fantastico dato che dovrà affrontare un viaggio di nove ore! Per lo meno il treno è puntuale, comodo e, nonostante ciò che ci era stato raccontato, molto ben riscaldato…buona notte a tutti. Chuf Chuf!!!



    



Potosì


Potosì, un nome, una città che rievoca un passato glorioso e insieme tragico, un importantissimo pezzo di storia non solo della Bolivia ma di tutta l'America Latina.
L'inca Huayna Capac fu il primo ad essere attratto dall'immenso e bellissimo monte, a forma di cono perfetto, che proprio dopo di lui prese il nome di Potosì,  "tuona, scoppia, esplode". Gli Inca, però, non estrassero mai i preziosi minerali all'interno del cerro perché allontanati e impauriti da una voce divina che li fermò ancora prima che avessero inizio i lavori.
Nel 1545 arrivarono gli Spagnoli richiamati dagli immensi filoni d'argento del monte; incominciò lo splendore e insieme la rovina del luogo. Potosì divenne il centro nevralgico e simbolo del regno; addirittura si incominciò a dire "vale un Potosì" per riassumere il massimo elogio per persone e cose. Durante circa 150 anni gli spagnoli estrassero tutto l'argento del "Cerro rico" (monte ricco), Potosì divenne la città più grande e più ricca di tutto il Sud America dove i potenti conquistadores ostentavano oggetti di lusso e preziosi provenienti da tutto il mondo; vennero eresse chiese, teatri, saloni da ballo, sale da gioco, e ogni palazzo aveva al suo interno oggetti e mobili costruiti d'argento. Nei secoli XVI e XVII , il cerro ricco di Potosì fu il centro della vita coloniale americana….I metalli strappati ai nuovi domini coloniali stimolarono lo sviluppo economico dell'Europa: anzi lo resero possibile. [da "Le vene aperte dell'America Latina" di Eduardo Galeano]
L'altra faccia della medaglia era, neanche a dirlo, la miseria in cui vivevano gli indigeni e gli schiavi neri che lavoravano all'interno della miniera: condizioni di lavoro disumane rese ancora più dure dalle condizioni climatiche, passando da un freddo polare derivante dai quasi 5000 metri d'altezza del monte ad un caldo infernale una volta all'interno delle viscere del monte stesso e dalla presenza di metalli tossici.
Il XVIII secolo segna la fine del mercato dell'argento a livello mondiale, e inevitabilmente la fine della città di Potosì. Una volta esauriti tutti i filoni d'argento all'interno del Cerro, nel giro di pochi anni la città incominciò a svuotarsi lasciando solo miseria e rovine degli splendenti palazzi. Potosì divenne una delle città più povera della povera Bolivia.
Con il tempo gli indigeni ripresero i lavori all'interno del monte inizialmente sfruttando le gallerie costruite in epoca coloniale; l'argento ormai è completamente sparito ma vengono estratti altri minerali e metalli, in particolar modo lo stagno. Lo stipendio di un minatore è relativamente alto, se confrontato con gli stipendi medi della Bolivia, ma le condizioni di lavoro e di vita continuano ad essere disumane. Un minatore lavora anche dieci ore al giorno, sempre all'interno delle gallerie della miniera, senza mangiare, inalando sostanze tossiche ed essendo a perenne rischio di incidenti a causa delle quasi nulle norme di sicurezza. 
La città continua a trascinarsi la fama di città fantasma, città di morte…

Arriviamo a Potosì in mattinata, vaghiamo cercando un'ostello, la città è deserta, è lunedì ma pare che tutti siano ancora sotto le coperte…Passata un'oretta, zaini in spalla, tra le piccole strade della città troviamo un alloggio che fa per noi, il Backpaker Hostel.
Lasciamo gli zaini in camera e andiamo alla ricerca di un locale dove fare colazione, il nulla, è tutto chiuso e per le strade non c'è anima viva. Torniamo in ostello e paghiamo cara una colazione, ma dovevamo per forza mettere qualcosa sotto i denti. Con un po' d'energia in corpo andiamo subito alla ricerca dell'agenzia di ex minatori, The Big Deal, per prendere informazioni sul tour all'interno delle miniere del "Cerro Rico". [http://bigdealtours.blogspot.com.ar/ ] Ad accoglierci c'è un giovane molto simpatico e preparato, siamo subito conquistati dall'emozione con cui ci racconta il tour. Il ragazzo ci mostra le foto dei soci, giovanissimi, 8/9 anni quando lavoravano all'interno di queste miniere. E' veramente appassionante ascoltare le sue storie…
Noi avevamo già deciso prima d'entrare che avremmo fatto il tour con loro avendo già appreso informazioni, in internet, a La Paz aspettando l'autobus…quello che ci aveva colpito è l'autenticità delle guide: sono tutti ex minatori che stanchi della vita in miniera hanno dato corpo a questa Agenzia di turismo, rinunciando al "ricco" stipendio da minatori però guadagnandoci in salute… Paghiamo e salutiamo, dandoci appuntamento alle 13 in Agenzia.
Rientrati in ostello, scopriamo che la città è deserta perché è carnevale, domenica, lunedì e soprattutto martedì la gente è di festa, martedì poi sarà tutto chiuso e nemmeno gli autobus andranno, è la festa più importante dell'anno. Cambiano quindi i nostri programmi, pensavamo di rimanere solo una notte e invece a causa del blocco dei mezzi dobbiamo fermarci di più. Seguendo il consiglio del ragazzo del The Big Deal, prima della visita alle miniere andiamo a consumare un semplice ma abbondante pranzo…ci serviranno energie per camminare all'interno del monte. Troviamo un ristorante mezzo nascosto veramente molto economico ma con un aspetto più che dignitoso; solito menù del giorno con zuppa, carne e riso lesso…niente male! Una volta arrivati in agenzia e recuperati i vari turisti, si rendono conto che siamo più del dovuto…uno degli aspetti positivi di Big Deal è che desiderano che i gruppi siano composti da non più di sette persone in modo da poter dare la giusta attenzione ad ognuno. Veniamo così divisi in due gruppi: uno anglofono e uno ispano, ovvero Noi due e una coppia di Argentini con il mitico padre ottuagenario al seguito, Don Daniel. 
Prima di iniziare la visita alle miniere ci fermiamo brevemente al cosiddetto "mercato dei minatori", ovvero un quartiere antistante la zona miniera stessa dove vari chioschi vendono i prodotti più consumati dai minatori: foglie di coca, bibite dolci, sigarette, dinamite e un liquore di canna da zucchero da 97° che ci fanno provare…mamma mia che schifezza! Oggi probabilmente non troveremo quasi nessuno al lavoro essendo lunedì di festa ma ugualmente compriamo qualcosa da bere e sacchetti di foglie di coca da regalare ad eventuali minatori.
Comprati i "regali" andiamo a cambiarci, ci vengono forniti stivali, caschetto con luce, zainetto e una tuta da minatore. Tutti belli acconciati andiamo agli impianti di raffinazione dove i minerali vengono selezionati e divisi; un minatore, infatti, una volta finita la giornata di lavoro porta ciò che ha raccolto in questa fabbrica e in base alla quantità e qualità del suo lavoro viene pagato. I metalli non vengono processati in Bolivia ma esportati all'estero, in particolare lo stagno viene venduto alla Cina e alla Germania…questa è una grandissima falla nel sistema boliviano in quanto i metalli grezzi hanno un prezzo molto basso mentre i materiali derivanti dalla loro lavorazione hanno ovviamente un prezzo molto più alto, materiali che poi i boliviani stessi comprano. 
Come dicevamo essendo lunedì di carnevale c'è pochissima gente che lavora e tutte le macchine non sono un funzione; non solo ci sono pochi lavoratori ma quelli che ci sono stanno festeggiando a suon di parrilla, alcool, foglie di coca a gogo e musica! Così abbiamo anche la fortuna e il raro privilegio di partecipare per una ventina di minuti ad un festeggiamento carnevalizio vero e proprio; mentre Andrea sbevazza nonostante siano solo le due del pomeriggio, Giulia, insieme alle altre ragazze del gruppo, viene trascinata in buffi balli con grande gioia e divertimento dei minatori…ovviamente non possono mancare le stelle filanti e le secchiate d'acqua, per fortuna questa volta non indirizzate a Noi ma alle nostre guide. Tocca andare, i ragazzi sono pur sempre in orario di lavoro e Noi abbiamo una mina da visitare. 
Le guide ci mostrano e spiegano come funzionano i vari macchinari poi ci avviamo alla miniera… Facciamo una fermata a un mirador improvvisato della città, una foto e via…

Arriviamo all'entrata della miniera coloniale, e dopo alcune avvertenze varchiamo la soglia, siamo dentro, è buio pesto, accendiamo la luce posizionata nei nostri caschi e cominciamo a percorrere le strette gallerie che compongono la miniera. Dopo alcuni passi incontriamo gli unici minatori che in quel momento stanno lavorando. Sono padre e figlio e sono dentro dalle 8 del mattino, si fermeranno a lavorare fino alle 8 di sera, 12 ore di seguito dentro la miniera senza uscire a mangiare per non perdere tempo… Gli rivolgiamo alcune domande e loro gentilmente ci rispondono, prima di lasciarli seguire con il loro lavoro gli lasciamo alcuni doni: bibite, foglie di coca e dinamite.
Le guide ci spiegano che ogni minatore è proprietario della propria vena all'interno della miniera; per vena si intende il segno che i solfati dei metalli lasciano, loro seguono la vena e scavano e traggono tutto quello che possono… Quando la vena si è esaurita, la cooperativa gliene assegna un'altra. Per entrare a far parte della Cooperativa Unificada un minatore deve lavorare alle dipendenze di un socio della cooperativa stessa e guadagnare una percentuale sempre crescente ogni anno. Alla fine dei tre anni se il minatore ha lavorato bene, non ha rubato e non si è appropriato di vene altrui, viene accolto dalla cooperativa come socio. 
Continuiamo la camminata all'interno dei tunnel che si fanno a volte più stretti a volte più bassi, ogni tanto ci fermiamo affinché Wilson, la nostra guida, ci dia altre spiegazioni e ci racconti altri aneddoti. Seguiamo il cammino per quello che viene chiamato il Museo della miniera, l'aria si fa rarefatta, l'ossigeno comincia a diminuire, i soffitti dei tunnel sono sempre più bassi… Arrivati al "museo" restiamo sbalorditi dai colori dei solfuri dei minerali, magnifico quello che si può trovare dentro un monte…Proseguiamo con la scoperta della miniera fino ad arrivare ad una statua del Tio Benito, considerato il dio dei minatori, padrone di tutta la ricchezza che esiste del monte. Qui, ogni venerdì, si concentrano i minatori per realizzare offerte e rituali. Ci fermiamo anche Noi e, uno alla volta, preghiamo Tio bevendo e offrendo
il famoso super-alcolico di canna da zucchero. Il grande Don Daniel, il signore di ottanta anni che è venuto con noi per tutto il tragitto senza battere ciglio, prega in quechua per i minatori e per i suoi cari…è un momento davvero spirituale. Ultimo sforzo prima del tunnel che ci porterà all'uscita della miniera, tre rampe di scale, non scalinate, proprio scale appoggiate sulla roccia. Superate anche queste l'uscita è vicina, mancano pochi minuti e già si incomincia a intravedere l'amata luce del sole…quando arriviamo alla fine dell'ultima galleria troviamo una sorpresa…il cancello è chiuso con un lucchetto!! E ora che si fa? Arriva una famiglia di minatori che da fuori provano ad aiutarci a rompere la catena ma senza successo…niente da fare bisogna uscire attraverso il piccolo spazio aperto tra le rocce e il cancello! Facendo molta attenzione a non far crollare tutto, uno alla volta riusciamo a passare…sopravvissuti anche a questa avventura. Crosci di applausi e complimenti vivissimi al nostro compagno Daniel!!!
Siamo rimasti dentro le miniere per poco più di due ore ma essere di nuovo all'aria aperta è veramente un sollievo, e dire che non c'era nemmeno nessuno che stesse lavorando alzando ancora più polvere e rendendo così l'aria molto più pesante…impossibile immaginare come facciano a vivere in questo modo i minatori. 
Prima di effettuare questa visita avevamo letto vari commenti e resoconti davvero catastrofici, addirittura c'è che sconsiglia di andare a visitare le miniere in quanto ritiene sia un insulto fare un "giro turistico" in un luogo dove la gente lavora soffrendo, si ammala e , a volte muore a causa di diversi incidenti. Noi non siamo d'accordo; inutile tapparsi gli occhi e fare finta che questa realtà così violenta non esista, è diffusa in tutto il mondo e i minatori permettono a tutti noi di avere batterie al litio, ferro, alluminio e chi più ne ha più ne metta…non si va a visitare una miniera per fare un festino ma per conoscere e dimostrare rispetto e riconoscenza a coloro che vi lavorano e , a volte, vi muoiono. Inoltre grazie ai ragazzi di The Big Deal abbiamo potuto scoprire un sentimento che non ci saremmo mai aspettati…orgoglio! Orgoglio per il proprio lavoro, per essere riusciti a creare una cooperativa autogestita, per le proprie storie e scelte di vita!

Finita la visita alle miniere, ci cambiamo e veniamo riaccompagnati all'agenzia in centro. Mentre tutti se ne tornano ai loro ostelli Noi e Chris, un ragazzo nordamericano, andiamo a comprare un paio di birre da condividere con i ragazzi. Il breve aperitivo di saluto si trasforma in una tipica serata di carnevale boliviano; passiamo tutta la sera insieme a sbevazzare e cocheare (ovvero masticare foglie di coca) ascoltando gli incredibili raccontanti dei minatori e compiacendoci di aver finalmente trovato un ragazzo nordamericano simpatico e intelligente. Verso mezzanotte inizia anche il rito delle "preghiere" alla Pacha Mama al quale veniamo invitati a partecipare…una emozione fortissima!

Ci si sveglia mezzi intontiti, è "martes de ch'alla" ovvero martedì grasso, ci avevano avvisato che avremmo trovato tutto chiuso ed in effetti è proprio così, gli unici che lavorano sono i venditori ambulanti che vendono articoli per festeggiare il carnevale. La maggior parte della popolazione sta festeggiando questo giorno tanto importante nella loro cultura, il compleanno della Pachamama, adornando la casa con fiori e colori, seguiti da un buon asado di lama. Anche Noi vogliamo mangiare carne di lama come vuole la tradizione, vaghiamo per strade semi deserte alla ricerca di un ristorante aperto, non ne troviamo molti, forse un paio, in uno di questi entriamo…
Ci offrono come piatti del giorno una zuppa tipica di Potosì e carne di lama alla piastra. La signora, povera, è sola tra cucina e tavole, quindi con pazienza e bevendo birra di Quinoa, aspettiamo arrivino le nostre pietanze… Alla fine ne è valsa la pena aspettare, il cibo era buonissimo!
Finito di cucinare la signora scende in strada e viene bagnata con secchiate d'acqua e riempita di schiuma, ormai le strade sono nuovamente vive e piene di gente, tutti armati con palloncini, pistole d'acqua e schiuma spray. Dalle case volano secchiate, come dai pick up pieni di ragazzi armati con cisterne e secchi. E' una vera e propri guerra, dopo essere stati presi di mira e colpiti varie volte ci attrezziamo anche Noi con palloncini d'acqua e schiuma. Dopo un paio d'ore siamo però finiti nel bel mezzo di una imboscata di ragazzini che ci hanno lavato dalla testa ai piedi… Comincia a piovere, abbiamo freddo e ce ne torniamo divertiti all'ostello. Qui ci riposiamo guardiamo un film e giochiamo a carte. Ceniamo con una pizza in due prima di andare definitivamente sotto le coperte, felici della destinazione che abbiamo scelto e di essere scappati da La Paz, qui ci siamo divertiti, abbiamo imparato molto e fatto una esperienza indimenticabile.




domenica 6 aprile 2014

La Paz


Che dire, Noi sicuramente non siamo amanti delle città, o meglio preferiamo la tranquillità di una piccola cittadina o della natura, ma riteniamo di non esagerare nel dire che La Paz è veramente orrenda! L'idea era di fermarsi in capitale un paio di giorni ma, ancora prima di scendere dall'autobus, mentre osserviamo la città dall'alto, incominciamo ad avere i primi dubbi. Scendiamo all'altezza della vecchia stazione dei treni e veniamo assaliti da branchi di ragazzi in festa per il carnevale che ci spruzzano con schiuma e acqua…unico aspetto divertente di tutta la nostra brevissima sosta in questa città. Facciamo un giro per le strade centrali alla ricerca di un ostello economico che, per fortuna, non troviamo! Sempre più scettici ci avviamo all'autostazione dove scopriamo che questa sera stessa alle dieci parte un autobus per Potosì! Ci diamo il tempo del pranzo per riflettere anche se, in realtà, sappiamo già cosa fare…ANDARSENE. Fatto il biglietto tentiamo di fare un'altra passeggiata ma non c'è veramente nulla che, secondo Noi, valga la pena di vedere. Decisamente delusi torniamo in autostazione e aspettiamo che arrivi il nostro autobus…

Copacabana...un'altra frontiera

Dopo 8 ore di autobus intorno alle 7 del mattino arriviamo a pochi km dalla frontiera tra Perù e Bolivia, siamo gli unici a scendere dall'autobus e veniamo accolti da una signora che ci accompagnerà fino alla frontiera. Aspettiamo l'arrivo di un'altro bus da dove scendono altri due ragazzi e tre ragazze, pure loro sono diretti a Copacabana. Pochi minuti più tardi arriva un minivan dove saliamo tutti, signora compresa, che ci porta fino a pochi metri dalla frontiera che passeremo a piedi… Cambiamo i  Soles rimasti in Bolivianos, questo il nome della moneta Boliviana. Ci incamminiamo per questa piccola stradina, varchiamo una porta e siamo in Bolivia, controllo doganale ridicolo e via a prendere un altro mezzo con i soldi lasciatici dalla signora che nel frattempo avevamo salutato. Più che folcloristico come passaggio di frontiera.
In pochi minuti siamo al centro di Copacabana. Nel mezzo abbiamo fatto conoscenza con due ragazzi italiani e insieme ci dirigiamo verso un ostello, siamo stanchi e scegliamo il primo che incontriamo, "Olas de Titicaca", una doppia con bagno in camera e prima colazione a 80 bolivianos a notte, più o meno 11 €…
Piccola siesta e giù a conoscere questa cittadina che dà sul Lago Titicaca. Ci avviciniamo al porto con il dubbio se fare oggi o domani l'escursione che abbiamo in mente di fare, Isla del Sol… Ricevute alcune informazioni da un signore al porto decidiamo di andare domani. Quindi torniamo all'ostello ci cambiamo le scarpe e riusciamo rapidamente, visto che non navigheremo oggi nel lago abbiamo in mente di visitare la città e il suo "Cerro".
Prima di pranzo facciamo un giretto, visitiamo la Chiesa e la piazza principale, per le strade i bambini danzano e giocano con palloncini d'acqua e schiuma, è Carnevale e loro hanno la fortuna che faccia estremamente caldo.
Percorrendo le stradine di Copacabana cerchiamo pure un locale dove mangiare, notiamo che la maggior parte dei ristoranti hanno un ragazzo all'esterno per accalappiare clienti, e sono quasi tutti argentini, ci emozioniamo ad ascoltare il castigliano parlato dagli argentini e quindi scegliamo proprio il ristorante anche in base alla simpatia del ragazzo che troviamo ad accoglierci. Per di più pranziamo all'aperto: un menù con la classica zuppa come primo e un secondo piatto composto da un quarto di trota, riso e patate a 20 boliviano. Ci concediamo pure un birretta fresca in due, la scelta cade sulla Pacena, una birra nazionale.
Mentre sorseggiamo la nostra bevanda preferita vediamo passare Diana la ragazza colombiana che abbiamo conosciuto di ritorno da Machupicchu, due parole scambiate in velocità e chissà che non ci si riveda. 
Con la pancia piena decidiamo di andare al "Calvario", un monte rappresentante la Via Crucis di Gesù.
Noi che non siamo poi così cristiani andiamo per vedere dall'alto questa cittadina… arrivati in cima ci gustiamo lo splendido panorama, il piccolo porticciolo che dà sul maestoso lago…Ce ne stiamo lì seduti ad ammirare questo spettacolo e poi scendiamo per un sentiero alternativo consigliato dal ragazzo del ristorante, non molto semplice a dire il vero, soprattutto in discesa, ma Noi, caparbi, alla fine ce la facciamo…
Sosta al molo contemplando il Lago Titicaca, prima di andare a raccogliere informazioni sull'escursione… giriamo alcune agenzie, i prezzi sono gli stessi e quindi scegliamo di acquistare il biglietto dalla signora che meglio ci ha spiegato il percorso all'interno dell'Isola del Sole… Diciamo che la maggior parte delle persone soprattutto quelle nelle agenzie non sono troppo simpatiche e loquaci, sembra che si scoccino ad ogni domanda che gli viene rivolta… Fatta anche questa andiamo al mercato a comprare del cibo da cucinare all'ostello, non possiamo permetterci di cenare fuori e il cielo si sta rapidamente oscurando. Anche questo mercato è pieno di colori e odori più o meno gradevoli e all'esterno di esso ci sono donne che vendono vari tipi di cibi tipici, la maggior parte fritti… questi ristoranti improvvisati ai lati della strada sono presi d'assalto soprattutto dagli abitanti del luogo però ci sono anche vari turisti che si arrischiano a mangiare lì, diciamocela tutta, se non fossimo stati male i giorni precedenti saremmo pure Noi lì a mangiare quelle tipiche sozzerie…
Rientriamo in ostello e troviamo tutti i nostri vestiti appena lavati dal personale stesi tra divani e ringhiere di fronte la nostra camera, incredibile la maniera di far asciugare i panni dei clienti.
Quando ce ne andiamo a cucinare la nostra sana pastasciutta nella cucina dell'ultimo piano scopriamo un corda al coperto dalle intemperie, Andrea scende prende tutti i nostri vestiti puliti e bagnati e li stende nel corridoio.
Mangiata la pasta al pomodoro ce ne andiamo in stanza a cercare di utilizzare internet, la connessione è lentissima e quindi ripieghiamo su un film prima di addormentarci.
La mattina la sveglia è alle 7, alle 8 abbiamo l'imbarco al porto per andare a visitare la Isola del Sole nel bel mezzo del Lago Titicaca.
Al salire nell'imbarcazione ci vengono chiesti 5 boliviano in più a testa perché il biglietto che avevamo acquistato all'agenzia era troppo basso, non sappiamo esattamente chi ci abbia imbrogliato se il controllore al porto o la signora che ci ha venduto l'escursione.
Finalmente dopo un battibecco con il tipo saliamo in barca, scegliamo di posizionarci sul tetto dell'imbarcazione per aver una visuale migliore e scattare una serie infinita di fotografie… il tragitto è abbastanza lungo, quasi un'ora e realmente ci stavamo congelando, il sole ancora non riscalda a sufficienza e poi si sa, in barca fa sempre più freddo… ad un certo punto, fatta una fermata al nord dell'isola per sbarcare e caricare gente nuova Giulia decide di scendere al coperto…
Scesi dall'imbarcazione condotta da un vecchietto boliviano che praticamente non hai mai guardato avanti sempre impegnato a chiacchierare con il suo collega e con la bocca piena di foglie di coca, il clima è completamente diverso, fa caldo, il sole splende nel cielo… Preso un panino al volo, con due nuove conoscenti, un'italotedesca e una colombiana, andiamo alla scoperta dell'isola.
Abbiamo due opzioni: visitare la parte sud con le sue rovina Inca e tornare  alla barca per proseguire a bordo fino alla parte nord, o dalle rovine intraprendere una camminata di tre ore su di un sentiero fatto dalla comunità di abitanti dell'isola… decidiamo di fare un po' di trekking per conoscere meglio l'entroterra dell'isola. Prima delle rovine ci viene chiesto di pagare un biglietto di 5 bolivianos, paghiamo e proseguiamo… le rovine Inca sono ridicole, miserrime, ma la vista in compenso è una favola, scattate qualche foto ci avventuriamo per la camminata.








La strada parte in salita, Noi ci mangiamo le nostre caramellino di coca per limitare il mal di altura e per avere qualche forza in più per affrontare la camminata. La ragazza colombiana per il cammino trova della "munga", una pianta autoctona dal profumo simile alla menta, ci insegna a sfregarla tra le mani per poi inalare i fumi, anche questo serve ad aiutare la respirazione in altura, ricordiamoci sempre che siamo a più di 3000 metri e la fatica si fa sentire, anche perché il cammino continua ad essere in salita…. è dura, ogni tanto ci fermiamo a prendere fiato, soprattutto Andrea e la ragazza colombiana che si strascina e non vede l'ora sia finita.
Più o meno a metà strada ci viene richiesto un'altro biglietto di 15 boliviano che noi non abbiamo e non intendiamo pagare, sia all'agenzia che al porto ci hanno detto che dovevamo pagare 5 bolivianos per la parte sud e 15 boliviano per la parte nord, quindi forti delle nostre ragioni, dopo una decina di minuti di lotta, riusciamo a passare il primo controllo, ma sappiamo bene che verso la fine del cammino ce ne sarà un altro… A parte questo inconveniente e la difficoltà nel camminare in altura, lo spettacolo che ci offre la Pachamama è da togliere il fiato; insenature, rocce frastagliate che si tuffano nel lago,
che più che un lago sembra un mare incontaminato, con i colori dei Caraibi… e poi c'è solo il canto della natura, degli uccellini, i mugugni dei lama, i belati delle pecore e il dolce suono delle onde dell'acqua che bagna le coste… e poi c'è il sole sempre li con Noi che ci accompagna come un fratello maggiore…
Con gli occhi pieni di questo paradiso ci confrontiamo con la realtà, il controllo del biglietto, questa volta sarà più dura ma con la caparbietà dei nostri eroi riusciamo a passarla liscia e non pagare… abbiamo detto ai tre malcapitati signori di non avere i soldi per pagare e che ormai eravamo lì e che dovevamo fare, tornare indietro e perdere la barca? Giulia, la più combattiva, offre le sue banane e un pezzo di pane spiegando che erano tutti i suoi averi… passato il controllo scoppiamo a ridere, soprattutto per la battuta di Giulia delle banane… Ormai ci siamo, manca poco, un po' di discesa e
siamo all'accesso della zona nord, qui ci vengono chiesti i dieci boliviano che paghiamo e passiamo… arriviamo ad un piccolo paesotto composto da ostelli e case rurali dove vivono gli abitanti di questa incantevole isola… incontriamo le classiche donne con sulle spalle grossi carichi avvolti nelle tipiche tele colorate, signore che portano a spasso muli e lama… Prima di scendere l'ultima scalinata e raggiungere il porto ci fermiamo alla fonte Inca della giovinezza, nulla di più di una piccola cascata dove tutti bevono un goccio d'acqua per rimanere giovani…
Scesi dalla scalinata, ci mangiamo un panino in velocità prima di salire in barca, sederci ai nostri posti, questa volta al riparo, e addormentarci coccolati dalle onde del Lago…
Una volta sulla terraferma,  con le ragazze ci fermiamo a bere un paio di birre fresche prima di rientrare in ostello a farci una meritata doccia. Prima di salutare le ragazze ci diamo appuntamento in piazza per andare a cena insieme, oggi abbiamo voglia di una belle trota alla piastra, intera però…
L'appuntamento è alle 7, Noi arriviamo prima e approfittiamo per dare un sguardo ai ristoranti e farci una idea di dove cenare… troviamo un ristoranti tipico, di quelli che piacciono a Noi, caserecci diciamo, non i soliti ristoranti turistici che tendenzialmente snobbiamo.
Quando torniamo all'appuntamento le ragazze non ci sono ancora, Andrea approfitta per chiedere informazioni sui trasporti per La Paz, la prossima destinazione, e Giulia guardando dentro un ristorante chi ti trova? Il buon vecchio Jack, il giappoamericano che sembra perseguirci… è incredibile quante volte nel nostro lungo viaggio abbiamo trovato spesso le persone conosciute nelle tappe precedenti, che buffa è la vita. Salutato Jack arrivano le ragazze, le accompagnamo al ristorante che è pure di loro gradimento, prendiamo tutti e 4 una trota a la piastra con gli immancabili, riso e patate… Buone, a parte quella di Giulia che è costretta a farsela cambiare perché sapeva odore di passato… il conto per aver mangiato "pesce" è ridicolo, 25 boliviano a testa compresa la bibita, vi ricordiamo che il cambio è a 9 quindi meno di 3 euro…
Dopocena questa volta salutiamo definitivamente le nostre compagne di giornata, con l'augurio di rivederci in futuro chissà dove, chissà quando e, un po' infreddoliti, ce ne andiamo sotto le coperte… domani si viaggia, sai che novità!!!
In questo ultimo mese stiamo facendo un po' troppo i turisti convenzionali che corrono da un posto all'altro ma d'altronde il tempo a Noi rimasto non è poi così tanto e soprattutto i soldi non ci permettono di fermarci di più nei posti che visitiamo, ahinoi qui non ci sono gli splendidi couchsurfing ad accoglierci e se pure i prezzi per dormire e mangiare siano bassi, di soldi bisogna sempre tirarne fuori…

Ad ogni modo, a parte la breve riflessione, bisognava proprio venirci in questa Copacabana, veramente gradevole la seppur breve permanenza, bellissima la isola che abbiamo visitato e poi il Lago Titicaca, visto dalla parte boliviana rende veramente di più… uno spettacolo!!!